Che quella dell’insegnante sia ormai da tempo e sempre più una professione al femminile è noto ed è confermato anche a livello internazionale dagli indicatori dello studio “Education at a glance 2018” pubblicato dall’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD). Dunque la risposta alla domanda è sicuramente sì ma il fenomeno richiede un approfondimento sulle caratteristiche, le cause, le conseguenze e l’andamento nel futuro.

Le caratteristiche

Le differenze numeriche variano in base all’ordine e grado di istruzione scolastica preso in considerazione. Lo squilibrio tra insegnanti maschi e femmine è particolarmente accentuato nella scuola dell’infanzia, dove la quasi totalità del personale è costituita da donne, e nella scuola primaria. Sebbene in modo meno accentuato, anche nella scuola secondaria il fenomeno è presente, mentre a livello universitario la situazione è praticamente invertita dalla presenza di un più elevato numero di insegnanti maschi.

Dai dati raccolti dall’OECD si ricava che nel 2016 in Italia il tasso complessivo di donne insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado è pari al 77%. Nel dettaglio, nella scuola dell’infanzia il tasso è del 99%, nella scuola primaria del 96%, nella scuola secondaria di primo grado del 77% e nella secondaria superiore del 63% (71% nei licei e 58% negli istituti professionali). All’università i numeri precipitano al 37%, poco più della metà della media UE.

In questo articolo non vengono forniti ulteriori dati statistici, che possono essere estratti dalla pubblicazione OECD (2018), Education at a Glance 2018: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris, https://doi.org/10.1787/eag-2018-en

Ci sono tuttavia altre eccezioni alla diffusa prevalenza delle donne. Ad esempio in base alle materie di insegnamento. Le materie scientifiche e tecnologiche nella scuola secondaria di primo grado sono appannaggio dei maschi, così come la percentuale di dirigenti donne non è proporzionata alla percentuale di insegnanti donne in servizio. Le difficoltà che le donne incontrano nel raggiungere posizioni di vertice sono particolarmente rilevanti in alcuni Paesi e sono presenti, pur se in maniera meno accentuata, anche in Italia.

Le cause

Quanto appena detto costituisce il punto di partenza per avviare una prima analisi delle cause della differenza di genere, che nel settore dell’insegnamento sembrano essere molteplici e in stretta relazione.

Retribuzione e status sono direttamente proporzionali al grado di istruzione e quindi più elevati a livello universitario. Nel settore dell’istruzione i salari dei lavoratori maschi sono sensibilmente più bassi, a parità di titolo di studio richiesto, rispetto ad altre professioni, differenza invece meno accentuata per le donne. Escludendo la possibilità che vi siano differenze retributive nel medesimo profilo professionale in base al sesso, la differenza di trattamento sembra derivare dalle diverse possibilità di progressione in carriera, che per gli uomini sono generalmente più ampie. Nel settore dell’insegnamento però, la progressione in carriera può essere molto limitata se non addirittura inesistente.

Stando così le cose, i salari bassi rendono l’insegnamento poco attraente per gli uomini, anche rispetto ad altri lavori meno qualificati ma meglio remunerati o con maggiori possibilità di sviluppo della carriera. Di conseguenza viene lasciato spazio ad un’alta percentuale di donne, che trovano più facilmente sbocco nei lavori più sottovalutati, come l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e primaria. In base ai dati disponibili si rileva invece che meno spazio viene lasciato alle donne nell’istruzione terziaria, anche per via dell’alta considerazione di cui godono coloro che intraprendono la carriera accademica.

Ad orientare le scelte lavorative possono intervenire anche stereotipi correlati al sesso, talvolta veicolati in ambiente familiare sin dalla più tenera età. Secondo alcuni stereotipi le donne sarebbero più adatte degli uomini a svolgere le mansioni tipiche del settore assistenziale, eccezion fatta per alcune particolari professioni, come quella medica, ritenute più prestigiose e quindi appetibili anche per gli uomini.

Le conseguenze

Riguardo le possibili conseguenze dello squilibrio di genere nel settore dell’istruzione sembra ormai accantonata l’idea per cui la scarsa presenza di figure maschili nella scuola sia in relazione con i risultati scadenti ottenuti dagli studenti maschi nei test di lettura e comprensione.

Nella maggior parte degli studi condotti nell’ultimo decennio da coloro che si sono occupati di differenza di genere nell’insegnamento, prevale la convinzione che non ci sia alcuna relazione tra il sesso degli insegnanti e i risultati scolastici conseguiti dagli studenti. Non emergono effetti significativi neanche dall’avere un insegnante dello stesso sesso dello studente, in quanto né i ragazzi beneficiano dell’avere un insegnante maschio né le ragazze dall’avere un’insegnante femmina. Nei casi in cui gli studenti abbiano ottenuto risultati migliori in termini di punteggi nei test e di impegno in presenza di insegnanti dello stesso sesso, resta però il dubbio che essi siano dovuti ad una sopravvalutazione da parte degli insegnanti stessi.

Lo squilibrio di genere rischia piuttosto di suggerire, a partire proprio dalla scuola, la convinzione che il mercato del lavoro non valorizzi adeguatamente la professione di insegnante e che consenta discriminazioni di genere. Partendo da questa prospettiva diventa difficile sostenere l’idea che l’istruzione aiuta a combattere le disuguaglianze, laddove la scuola stessa le permette.

E’ infine diffusa la convinzione che un bilanciamento del rapporto maschi/femmine insegnanti potrebbe dare benefici nella sfera affettivo-relazionale, offrendo modelli positivi in special modo a beneficio di studenti che non hanno modelli di genere positivi nella loro sfera privata ed extrascolastica.

L’andamento futuro

Guardando al futuro, si segnalano due fattori determinanti. Il primo è l’alta percentuale di donne nella fascia di età sotto i 30 anni che hanno iniziato l’attività dell’insegnamento. Questa tendenza è presente in tutti gli ordini di scuola e inciderà sull’accentuazione dello squilibrio nel rapporto tra insegnanti maschi e femmine fino alla scuola secondaria superiore. Non necessariamente porterà ad una riduzione della prevalenza maschile nell’università.

Volgendo lo sguardo ancora più lontano, si evidenzia un secondo fattore, l’alta percentuale di donne che hanno scelto di intraprendere gli studi universitari nel settore dell’educazione.

All’interno di questa cornice diversi Paesi dell’UE, e non solo, hanno da tempo avviato iniziative volte a stimolare il reclutamento e a favorire il mantenimento in servizio di personale insegnante maschile.